Gennaio 4, 2021

Mazzotti: «All’Italia serve più cooperazione per riprendersi»

Un anno, o poco più. Tanto è trascorso dalla precedente assemblea dei delegati di Legacoop Romagna. «Ma è come se fosse trascorso un decennio». Mario Mazzotti, presidente di Legacoop Romagna, ha sintetizzato così, nell’apertura della sua relazione, quello che tutti stiamo vivendo. La pandemia ha impedito ai delegati di ritrovarsi fisicamente in una sala congressi, ma grazie alla tecnologia la partecipazione democratica non si è fermata. Pur rimandando la discussione rivolta verso l’esterno a un’apposita convention romagnola da svolgere in presenza, non appena sarà possibile, Mazzotti non ha tralasciato un’analisi del presente che non è solo economica.

Mario Mazzotti

«Quello che sta avvenendo non è solamente una ulteriore frattura tra cittadini e Stato, resa ancora più evidente con la seconda ondata di pandemia», ha detto ai delegati delle 400 imprese associate. «È qualcosa di più. E’ una frattura profonda tra l’individuo e la comunità. Anche chi si è rifugiato nelle “reti brevi” del volontariato e delle comunità locali oggi rischia di trovarsi in un mare aperto fatto di insicurezza, sospetto e diffidenza nei confronti della scienza. Questa frattura sociale, chiama in causa direttamente la democrazia, la sua essenza, le sue regole, i valori che incarna».


Dobbiamo aspettarci che tutto torni come prima? Ne usciremo migliori?


«Credo che nel combinato disposto tra la crisi dal 2007 al 2013 e crisi da Covid 2019 ci sia la prova provata che nulla sarà più come prima. Il che non significa di per sé che tutto sarà meglio di prima della crisi. Penso che i processi economici e sociali avviati nel 2020 siano irreversibili, anche se hanno anticipato di anni innovazioni tecnologiche applicate, modi di produrre e di consumare, organizzazione sociale. In questa situazione il crinale non è più tra progresso e conservazione, ma fra due modi di intendere e governare il cambiamento in atto. Quel cambiamento che avviene comunque, a prescindere dall’opinione di chi si dice di destra o di sinistra».


Se le categorie tradizionali non aiutano, come si affronta questa crisi?


Serve una scelta di campo! Noi cooperatori, come Legacoop, l’abbiamo già fatta tanti anni fa, quando sono nati i principi cooperativistici. Quando cioè, i valori di giustizia sociale, di libertà dell’uomo dallo sfruttamento, di solidarietà, di centralità del lavoro, di dignità della persona, di democrazia economica hanno segnato la nascita del nostro movimento e di quel Riformismo padano di cui siamo figli. Ovviamente non basta il riferimento ai valori fondativi del nostro movimento per essere all’altezza della sfida attuale. Ma è più chiaro che mai, che non esistono ricette economiche, da sole in grado di indicare la strada per affrontare la crisi presente. Serve una nuova concezione del mondo, come si diceva un tempo».


Che giudizio dà dell’operato del Governo finora?


«Ricordo che per fronteggiare la grave crisi da Covid 19 sono state impiegate risorse senza precedenti nella storia della Repubblica. Parliamo di oltre 100 miliardi spesi per sostenere gli ammortizzatori sociali, ristorare attività costrette alla chiusura, rinviare pagamenti di mutui, tasse ed imposte, rafforzare gli strumenti di sostegno al reddito, bloccare i licenziamenti. Non c’è dubbio che senza questa iniziativa del governo si sarebbe innestata una spirale difficilmente governabile di rottura sociale e impoverimento complessivo e rapido del Paese, con rischi seri di tenuta delle stesse istituzioni democratiche».


E l’Europa?


«Le politiche Europee hanno attuato una scelta epocale, una rivoluzione copernicana rispetto alle politiche rigoriste e conservatrici messe in campo fin dalla crisi greca del 2008.
I 672 miliardi del Next generation EU raccolti per la prima volta attraverso il ricorso ad indebitamenti comuni, ai quali vanno aggiunti i fondi strutturali, il fondo di coesione rafforzato e gli altri strumenti previsti, compreso il MES riformato da utilizzare, in caso di bisogno, per la sanità, danno bene la dimensione dello sforzo straordinario e senza precedenti messo in campo dall’Europa.
L’Italia è il paese al quale andrà il numero maggiore di risorse: 209 MLD dal solo Nex Generation EU. Risorse superiori rispetto a quelle messe a disposizione dal piano Marshall per la ricostruzione post bellica.
Dovremmo dimostrare di essere in grado di utilizzare al meglio e in maniera puntuale e rapida queste risorse. È la prova della vita per l’Italia. Così l’ha definita il Premier Conte e mi pare abbia ragione».


Da dove si può ripartire?


«Dal ricordare che mai come in questa fase storica c’è bisogno, in Italia e nel mondo, della cooperazione. Unita nei valori e negli intenti ma anche organizzativamente nell’ACI. Ognuno di noi nella nostra responsabilità di cittadini e di cooperatori ha la possibilità di dare una mano e di darci una mano: e lo dobbiamo fare insieme».


Quali sono i temi chiave?


«Gli assi di riferimento sono quelli dell’agenda 2030 dell’ONU assunti dal nostro ultimo Congresso come programma di mandato di Legacoop: Green new deal, con al centro l’ambiente e la sostenibilità, con la grande sfida della lotta ai cambiamenti climatici; la digitalizzazione, la rivoluzione dei big-data e dell’intelligenza artificiale nelle loro applicazioni più estese a cominciare dalla Pubblica amministrazione; la Salute e la sua promozione attraverso una sanità pubblica rafforzata e qualificata; la coesione sociale e un nuovo Welfare».
Come state presidiando questi temi?
«Come Legacoop e ACI abbiamo sviluppato un lavoro importante di progettazione per interfacciare gli assi principali del piano italiano di utilizzo di queste risorse, puntando sulla valorizzazione delle filiere cooperative e su un approccio intersettoriale, consapevoli che su questa partita conterà la capacità di progettazione e di innovazione che sapremo stimolare e conferire alle idee imprenditoriali e sociali che proporremmo.
In Emilia Romagna poi, questo lavoro, è strettamente connesso a quello per la definizione del nuovo Patto per il lavoro e per il clima, lo strumento di riferimento per lo sviluppo della concertazione e delle necessarie intese tra le parti sociali e le Istituzioni pubbliche».


Crisi significa anche opportunità: secondo lei c’è qualcosa di positivo in quello che sta succedendo?


«Ne cito tre. La prima è che si stanno rovesciando alcuni paradigmi e alcune certezze sulle quali si sono affermate e sviluppate alcune delle tesi economiche andate per la maggiore in questi anni. La prima riguarda la globalizzazione o meglio quell’idea di globalizzazione nel mercato senza regole sfumata via di fronte all’assenza di strumenti di governo globale della pandemia. Si sono aperti gli spazi per ritornare a una globalizzazione positiva, che sia capace di dettare nuove regole alla competizione e di essere generatrice e portatrice di maggiori opportunità, uguaglianza e giustizia sociale.

La seconda riguarda il ruolo delle stato, l’intervento pubblico in economia.E qui l’esempio dei sistemi sanitari mi pare eloquente. Con la pandemia si è scoperto quanto sia importante poter contare su un sistema sanitario pubblico, universale, equo e solidale e quanto valgono per la vita e la sicurezza di tutti noi i cosiddetti beni pubblici».

E la terza?

«Dopo anni nei quali si è ampiamente teorizzata la cosiddetta “disintermediazione” presentata come una naturale e moderna necessità di evoluzione della democrazia verso il rapporto diretto, senza intermediazione, senza rappresentanza, tra il cittadino ed i poteri pubblici (il Movimento 5 Stelle nasce su questa tesi politica), la pandemia ha fatto riavvolgere il nastro, portando i più a riscoprire, invece, la funzione e il ruolo della democrazia rappresentativa e dei corpi sociali intermedi. Possiamo portare noi stessi la testimonianza diretta di come, in questi mesi di pandemia, sia accresciuta la stima e la fiducia delle associate e delle loro basi sociali nei nostri confronti e nel nostro lavoro associativo e di servizio.
E’ successo così anche alle altre associazioni. Nel momento della difficoltà alta e del bisogno, le persone comprendono meglio il valore, decidere e fare le cose assieme, magari organizzate.
Questa “riscoperta” del ruolo dei corpi sociali intermedi, non significa però che quella crisi, che pareva irreversibile, che hanno vissuto, sia superata d’incanto. Anzi.
Al pari delle imprese, anche le associazioni di rappresentanza, la nostra per prima, devono, in questa fase e rapidamente, cambiare profondamente pelle».


Abbiamo bisogno di una nuova Legacoop?


«Sì, e dobbiamo farla nascere da una discussione aperta nell’associazione. La discussione avviata dalla Direzione nazionale, imbastita anche a livello regionale e in parte affrontata nei congressi di settore Agroalimentare e di Produzione e Servizi, deve approdare, secondo noi ad una prima sintesi propositiva ed organizzativa all’Assemblea nazionale di metà mandato che dovrebbe svolgersi nella prossima primavera.La Direzione di Legacoop Romagna ha già deciso di raccogliere le nostre proposte in un documento predisposto da un apposito gruppo di lavoro, che sarà approvato alla prossima Direzione».


Da dove siete partiti?


«Intanto dalla consapevolezza del nostro peso specifico, del nostro ruolo, della nostra forza, della nostra capacità di rappresentanza, della nostra distintività e della nostra reputazione in ambito romagnolo.
In questa analisi ci siamo avvalsi anche di studi appositi di SWG e Aiccon. Abbiamo preso atto di come, gli anni della crisi economica, abbiano colpito anche noi. Di quanto siamo stati colpiti dalle crisi di grandi cooperative del territorio, perso risorse finanziarie, diminuito la nostra credibilità esterna, rispetto ai dati plebiscitari di consenso su cui potevamo contare un decennio fa.
Di come il recupero che abbiamo effettuato negli ultimi anni, che ci ha consentito di raggiungere all’incirca gli stessi risultati in termini di occupati, di posizioni associative, di fatturato, di quelli che avevamo nella fase precrisi, fosse determinato dall’incremento notevole delle coop di servizio e di quelle sociali, a fronte invece di una contrazione notevole delle coop di produzione e lavoro, e una sostanziale stabilità di quelle dell’agroalimentare».


Come vi ripenserete?


«Serve una rivisitazione critica e costruttiva della nostra mission, una verifica della modalità con la quale rappresentiamo gli interessi e i valori delle associate, di quanti e quali servizi produciamo ed offriamo, di quale promozione della cultura imprenditoriale e cooperativa siamo in grado di offrire. E anche di che livello di qualificazione e professionalizzazione del personale siamo in grado di proporre, di quali strumenti di controllo e vigilanza servano a fronte anche di normative e leggi in evoluzione».


Legacoop cambia pelle?


«Una riarticolazione organizzativa di Legacoop che coinvolga tutti i livelli e, in gran parte, cambi il modo di lavorare dell’organizzazione presuppone di di produrre un grande rinnovamento dei quadri dirigenti. Elemento dirimente per poter contare su una associazione rinnovata e rilanciata come vogliamo, una Legacoop “utile” alle cooperative e alle loro basi sociali, è necessario poter contare su una associazione sostenibile ed autonoma».

Crisi economica significa anche calo dei contributi associativi: come intendete rispondere?


«La crisi degli anni scorsi ha prodotto, ovviamente, anche la diminuzione dei contributi associativi raccolti. Le grandi cooperative, che hanno cessato l’attività, sono state sostituite da coop più piccole, start up, o dall’incremento delle basi sociali e dei dipendenti nelle coop minori e ciò ha determinato un calo delle risorse in entrata nel giro di 7 anni di circa il 30%.
Il problema delle quote associative, del resto, emerge particolarmente a fronte di fasi economiche negative, come quella attuale, ed è abbastanza naturale che sia così.
Ma la quota associativa annuale non è solo l’adesione ad una associazione. Noi non siamo come le altre associazioni. Chi aderisce a Legacoop aderisce anche a un sistema, a un movimento ampio di persone e di imprese, radicato nel territorio, vicino alle comunità, costruttore di comunità.
L’impressione, a volte, è che questo presupposto non sia colto. Che si consideri la quota associativa al pari degli altri cosiddetti “costi fissi” interni all’azienda, da abbattere o addirittura eliminare. Occorre rinvigorire, rinverdire dunque il patto associativo che si stringe e si rinnova una volta all’anno, all’atto dell’adesione a Legacoop.
La sostenibilità per Legacoop Romagna, non è solo un fatto economico. Siamo sostenibili nel momento in cui c’è una coerenza di progetto e di valori tra l’Associazione e le associate».

Ad esempio?


«Ad esempio costruendo progetti di collaborazione tra cooperative, nelle diverse filiere di mercato, ma anche trasversalmente tra diversi settori, valorizzando l’identità cooperativa. Su questi versanti abbiamo molto da fare. Non mancano, però, le iniziative interessanti ed importanti avviate in questo periodo. Ricordo, per brevità, solo l’ultima: la rete Romagna Coop Food che unisce 6 grandi aziende del nostro territorio di cui 5 cooperative: Deco, Cevico, Fruttagel, Co.Ind e Terremerse».

Sono passati 7 anni dalla fondazione: che organizzazione è, oggi, Legacoop Romagna?

«I nostri bilanci sono sani. Abbiamo prodotto in questi anni una forte riduzione e qualificazione delle spese e accresciuto i servizi a disposizione delle associate. Siamo la principale Lega della Regione ed i primi contribuenti degli altri livelli organizzativi della nostra associazione. Questi risultati, non scontati, sono il frutto di un lavoro costante di relazione con le associate e dell’impegno di una struttura piccola per dimensioni, ma molto coesa al suo interno, fatta di funzionari motivati e da un modello organizzativo che, con i coordinamenti territoriali, ci ha consentito di garantire presenza e prossimità alle imprese in tutte e tre le province romagnole.
Vogliamo dare un contributo fattivo al lavoro intrapreso anche dai livelli nazionale, regionale e dai settori della Legacoop».

Che tipo di cambiamenti servirebbero?


«Pensiamo ad una associazione con una direzione politica nazionale rafforzata e maggiormente specializzata, sia in grado, anche attraverso l’ACI di svolgere appieno la sua funzione nazionale, capace di intervenire nel dibattito pubblico, di relazionarsi dialetticamente e politicamente con il Governo, il Parlamento e le altre associazioni di rappresentanza.
Con una presenza garantita di Legacoop in ogni Regione, calibrandola in base al numero e al peso delle associate, e con una impronta “federalista” e sussidiaria tra i livelli regionali e nazionali.
Con le associazioni di settore, intese come secondi livelli specializzati, dotati di professionalità tecniche adeguate, che si muovono in stretta relazione con la rete nazionale servizi e con le società di servizio.
Con territori, come in Emilia Romagna, organizzati per aree vaste, luogo di naturale raccordo tra cooperative e servizi, garanti, nella prossimità, della capillarità delle relazioni sempre più improntate all’utilizzi delle nuove tecnologiche e dei media.
Con gruppi dirigenti maggiormente interscambiati con le cooperative, formati adeguatamente e rinnovati.
Su questo punto vanno compiuti passi in avanti significativi.
In due anni andrà governato un grande cambio generazionale che coinvolgerà tutti i livelli dell’organizzazione. Noi, in questo territorio, ci sentiamo pronti».


Il ricambio generazionale è sempre delicato: come pensate di affrontarlo?


«Abbiamo all’interno forze ed energie e un capitale umano capace e in grado di far fronte a questi passaggi di prendere il posto di una generazione, la mia, che per ragioni anagrafiche potrà, se vorrà, dare una mano al movimento in posizioni diverse da quelle di dirigenti di prima fascia nelle quali hanno operato.
Credo che su questo tema della formazione dei gruppi dirigenti e del loro impiego debba essere riaperta la discussione sulle incompatibilità, previste dai nostri statuti e regolamenti, nei confronti di chi ha avuto incarichi politici ed amministrativi. Non appaia una forzatura. La nostra è una organizzazione che ha maturato e praticato un’idea vera e profonda di autonomia che ci mette al riparo da ogni timore di strumentalizzazione o di confusione di ruoli, posto che per noi, autonomia non ha mai significato separatezza dalla politica. Anzi».

Come si colloca in questa visione il ruolo di Federcoop Romagna?


«Sappiamo bene che non c’è rappresentanza senza servizi. E i servizi, anche i migliori, da soli non garantiscono la rappresentanza.
Durante la fase del lock down ed oggi, Federcoop Romagna ha rafforzato la sua presenza e la gamma dei prodotti che produce, il numero di cooperative coinvolte. Il prossimo passo che faremo è ancora più forte.
Le coop che aderiranno a Legacoop Romagna, aderiranno anche a Federcoop Romagna».

Dovranno acquistare obbligatoriamente i servizi da Federcoop?

«No. Federcoop Romagna continuerà ad essere una cooperativa di servizio autonoma. Le nostre associate saranno però chiamate, tutte, a partecipare alla discussione degli obiettivi e all’approvazione degli atti fondamentali di Federcoop Romagna. Una buona politica di servizio alle cooperative, in un mercato dei servizi così agguerrito e competitivo come quello attuale, cioè quello che vogliamo fare noi, non passa attraverso l’attività commerciale, ma attraverso la nostra capacità di produrre servizi e risposte di qualità».


Sui servizi finanziari ci sono novità?


«Con la crisi 2020 si è accentuato il bisogno delle associate, specie quelle medie e piccole, di poter contare su supporti professionali e servizi che le aiutino ad affrontare sia il rapporto esterno con i mercati finanziari. Attraverso Federazione delle Cooperative della provincia di Ravenna e Federcoop Romagna abbiamo costituito una task force di alcuni validi professionisti impegnata su questi temi. Oltre 30 cooperative hanno chiesto di avvalersi di questo servizio.
Si tratta di un passo in avanti, ma non sufficiente e non all’altezza del bisogno.
Ecco perché noi pensiamo che Parfinco, da una parte, come società nella quale sono confluite quasi tutte le partecipate di Federazione e di FIBO Bologna, possa svolgere essa stessa alcune funzioni specializzate di servizio finanziario alle imprese e dall’altra vada definita meglio la missione di Federazione che, non solo per la storia che rappresenta ma per il ruolo che svolge, resta e resterà la nostra finanziaria territoriale».

Quali sono i presupposti per attuare questo programma così vasto?


«Saremo in grado di svolgerlo al meglio solamente se ci sarà la presenza, l’impegno e la partecipazione dei cooperatori. Ci attendono sfide importanti e decisive, abbiamo bisogno di una politica all’altezza, di un governo stabile, di un’Europa che prosegua sulla strada intrapresa, di comunità coese e unite. Mai come in questa fase storica c’è bisogno, in Italia e nel mondo, della cooperazione. Di una cooperazione possibilmente unita anche organizzativamente nell’ACI, ma in ogni caso unita nei valori e negli intenti. Abbiamo di fronte, ognuno di noi, nel suo piccolo, nell’esercizio quotidiano della responsabilità di cittadino e di cooperatore, la possibilità di dare una mano, di darci una mano. Facciamo. Insieme».


a cura di Emilio Gelosi (intervista tratta dal n.12/2020 della Romagna Cooperativa)

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