Dicembre 1, 2020

«Case del Popolo da salvare, va ridotta l’Imu»

L’appello di Legacoop Romagna e la ricerca sulle Case del Popolo promossa dal Circolo Cooperatori sono giunte sulle pagine nazionali del Resto del Carlino, grazie a un articolo firmato da Fabio Gavelli e pubblicato nell’edizione del 30 novembre 2020.

Aumentare il credito d’imposta e abbattere l’Imu. Le oltre200 Case del Popolo associate a Legacoop Romagna, luoghi di vita sociale di «inestimabile importanza», vivono duramente l’emergenza sanitaria e occorre assicurare «la sopravvivenza loro e delle tante comunità della Romagna che in questi locali trovano un insostituibile luogo disocialità, cultura e aggregazione». Due le proposte, dato che «le misure di sostegno del governo, pur utili, non sono esaustive»: «aumentare dal 30 al 50% il credito di imposta concesso per affitti di ramo d’azienda per attività del campo della ristorazione e per bar e esercizi simili»; e «permettere a società e cooperative che fanno attività di intrattenimento o promuovono fini culturali e ricreativi di usufruire di una riduzione del 50% dell’Imu per il 2020 qualora, entro il 31 dicembre riducano l’affitto ai locatari».

di Fabio Gavelli – FORLì Negli anni Sessanta e Settanta erano 570, ora, messe in ginocchio anche dal Covid, sono rimaste circa 350 le Case del Popolo attive in Romagna, luoghi che hanno ereditato una grande tradizione fatta di lotte sociali e dibattito politico, ma anche di balli, sangiovese e tagliatelle. Il legame con le origini è spesso labile e in alcuni casi i frequentatori odierni – sotto le effigi di Mazzini, Garibaldi e Che Guevara – non hanno la sensazione che in quelle sale si è fatto un pezzo di 150 anni di storia d’Italia. Osterie, pub, centri culturali, locali da ballo, cinema, teatri, persino palestre: ecco cosa sono diventate molte delle case dei lavoratori o delle sedi delle società di mutuo soccorso, che nacquero fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
Stando a Wikipedia, la prima fu fondata nel 1893 a Massenzatico, nel Reggiano, in occasione del congresso del partito socialista dei lavoratori, ma Tito Menzani e Federico Morgagni, autori della recente ricerca ‘Nel cuore della comunità – Storia delle case del popolo in Romagna’ (Franco Angeli), hanno ritrovato esempi che risalgono al 1871, quando nacque a Forlì, in Palazzo Merlini, il circolo repubblicano intitolato ad Aurelio Saffi.


La Romagna è stata la terra d’elezione delle case del popolo, più ancora che le pur ‘rosse’ Emilia e Toscana. «In Romagna oltre alla tradizione delle sinistre si sviluppò quella repubblicana, poco presente in altri territori – dice Menzani, docente di Storia economica all’ Università di Bologna – . Per questo anche numericamente la concentrazione è molto superiore».
Alle iniziative di ispirazione comunista, socialista e anarchica e ai circoli di matrice repubblicana, se ne aggiungono alcuni (5, nel censimento di Menzani e Morgagni) nell’alveo del cattolicesimo. Spicca la Casa del popolo di Faenza, nata nell’ex convento dei Celestini, promossa nel 1905 da Carlo Zucchini, deputato del Regno d’Italia e tra i fondatori del quotidiano L’Avvenire. A prescindere dalla matrice politica, la forma cooperativa fu la più utilizzata e quella che garantì una prosecuzione delle attività nei decenni.


Dopo la fase pionieristica, quando il bisogno di incontrarsi e discutere di politica richiamava migliaia di persone, ci fu la fosca parentesi del Ventennio fascista, con assalti, incendi e quindi le chiusure. Il periodo d’oro arrivò fra gli anni Cinquanta e Settanta. Delle 570 censite da Menzani e Morgagni, ben 362 sorsero infatti dopo il 1944.
Il vento del ’68 soffiava forte ed era abituale trovare la compagnia Nuova Scena di Dario Fo e Franca Rame esibirsi nei circoli del Cesenate, per esempio in quello di Sant’Egidio. Ma già con gli Ottanta si profilò la crisi: si moltiplicarono le alternative commerciali soprattutto per i giovani. I luoghi di partito, sedi di sindacati e associazioni come l’Arci e l’Endas, erano vissute come qualcosa di superato.
Alcune case del popolo non sopravvissero, altre si unificarono, alcune diedero vita a esperienze inedite. Il Teatro Socjale di Piangipane rinacque nel 1987 proponendo concerti di Paoli, Vecchioni, Jannacci, De Gregori e Mario Biondi, con i leggendari cappelletti serviti durante la pausa; il Teatro Il Piccolo a Forlì, nei locali della Casa del Lavoratore di Bussecchio, divenne il centro di produzione teatrale di Accademia Perduta; il Mama’ s Club di Ravenna si è imposto come uno dei centri culturali più attivi; sempre a Forlì, il circolo repubblicano di S.Martino in Strada è diventato il cinema d’essai Saffi; la casa del popolo di Riccione ha preso il nome di Spazio Tondelli, sede teatrale e di incontri letterari; l’Area Sismica, nel circolo Arci di Ravaldino in Monte (colline forlivesi) si è ritagliato un nome nel panorama della musica sperimentale.


E adesso, che a causa della pandemia, un’altra crisi si sta abbattendo su tutte le forme aggregative? «Si può immaginare un futuro ripartendo dai valori di base, ma battendo strade nuove – conclude Menzani – Le case del popolo possono ospitare spazi di lavoro per professionisti o precari, cioé il coworking, o adibire i locali all’ housing sociale, abitazioni a prezzi calmierati».

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