Giugno 29, 2020

Fioretti (CMC): «Un obiettivo raggiunto insieme»

La stragrande maggioranza dei creditori ha dato fiducia al piano di rilancio e ristrutturazione della CMC di Ravenna, che con l’omologazione del concordato entra in una nuova fase

Un passo fondamentale verso il rilancio: l’omologa del concordato con cui la CMC di Ravenna ha riacquistato la piena disponibilità del proprio patrimonio, e la possibilità di compiere tutti gli atti, sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione, è un obiettivo che fino a non molto tempo fa sembrava difficile da raggiungere, come spiega il presidente Alfredo Fioretti.


Come siete arrivati a questo risultato?
«Effettivamente ho ricevuto dal passato una eredità molto difficile, con circa due miliardi di passività da gestire, nell’ambito di un mercato, quello delle costruzioni, già in profonda crisi da oltre un decennio e pressoché dimenticato dai vari governi che nel tempo si sono succeduti. Ciononostante, benché pochi ci credessero, siamo riusciti con l’aiuto di tutti a cogliere un risultato prodigioso. Un traguardo ottenuto mantenendo i nervi saldi, avendo il coraggio di fare scelte dolorose ma necessarie, scegliendo un gruppo di advisor di alta professionalità, avendo molti clienti, fornitori e subappaltatori che hanno continuato a darci fiducia. È chiaro a tutti noi, comunque, che questo è solo il punto di partenza di un percorso ancora lungo e tutt’altro che scontato poiché le difficoltà che dovremo affrontare nei prossimi anni non saranno meno complesse di quelle già superate».
Cosa prevede il piano concordatario, in sintesi?
«Il piano concordatario prevede una rapida esecuzione (entro due anni dall’omologazione), mediante il pagamento dei creditori privilegiati entro l’anno, della prededuzione, a scadenza, dei fornitori strategici, entro due anni, e mediante l’attribuzione di SFP (strumenti finanziari partecipativi) ai creditori chirografari».

Alfredo Fioretti, presidente di CMC


Che ruolo hanno avuto i principi cooperativi e il sistema associativo Legacoop in questa fase difficile?
«Hanno avuto un ruolo fondamentale, fuor di dubbio. In particolar modo, la solidarietà. Infatti, pur nelle ristrettezze finanziarie che caratterizza l’attuale situazione della cooperazione, il supporto non è mancato. Di questo va reso merito a persone che considero autentici interpreti della cooperazione, mi riferisco a Giovanni Monti, a Mario Mazzotti e a Lorenzo Cotignoli che fin da subito si sono attivati per mettere in pista ogni soluzione possibile per venire in soccorso di CMC. Per me sono stati da esempio e con loro mi sono confrontato molto».
Come hanno reagito i soci?
«I soci sono i primi artefici di questo risultato. Lo dico senza retorica perché lo dimostrano i fatti. Hanno reagito in modo esemplare, con grandissimo senso di responsabilità ed è per questo che il primo ringraziamento deve essere rivolto a loro ed alle loro famiglie, per le grandi difficoltà che hanno saputo affrontare in questi lunghi mesi. Hanno insegnato a molte persone, tra quelle scettiche, cosa vuol dire essere soci della Cooperativa CMC di Ravenna».
Ora inizia una fase nuova. Cosa serve per rilanciare l’attività di CMC in Italia e nel mondo?
«In Italia, a tutte le imprese del settore, non solo a CMC, serve un piano serio di progetti da realizzare nel breve. Non c’è più tempo per gli slogan della politica. Devono essere scelte le opere infrastrutturali, tra le miriadi presenti nei vari elenchi dei ministeri, messe a gara e tradotte in contratti. Il tutto in pochi mesi. Contemporaneamente si devono sospendere le regole degli appalti e qui basta fare una scelta: utilizzare i commissari oppure applicare la normativa europea che è più snella. Personalmente preferirei la prima soluzione, perché con poche modifiche al codice degli appalti saremmo subito operativi. Se il Governo saprà fare questo allora il comparto avrà ossigeno per respirare».
In questi mesi CMC non si è mai fermata. Ad esempio è di questi giorni la notizia del tunnel per l’acqua potabile di Buenos Aires. Ora come pensate di strutturare il vostro piano industriale?
«Sì, il progetto che stiamo realizzando a Buenos Aires è l’opera più importante per l’Argentina degli ultimi 40 anni e ne hanno parlato tutti i media a livello nazionale per diversi giorni. Una volta terminata, l’infrastruttura porterà acqua potabile a circa 2,5 milioni di persone che ad oggi ne sono prive. Vista l’enorme importanza, il presidente argentino in persona, Alberto Fernández, ci ha tenuto in particolar modo a partecipare, insieme a molte personalità del governo, alla cerimonia per il “calaggio” della testa della fresa meccanica che dovrà scavare un primo tunnel. Per noi è la conferma della capacità di CMC di realizzare grandi progetti nel mondo, a beneficio delle popolazioni locali, nonostante un periodo così difficile. Il piano industriale di CMC perciò deve fondarsi su una attenta selezione di progetti che il settore, anche all’estero, può offrire. Progetti che abbiano la giusta marginalità, in grado di remunerare le nostre capacità e competenze. Con la speranza che anche l’Italia, per quanto abbiamo detto prima, sia protagonista di un vero rilancio del nostro comparto.
La maggior parte della vostra attività è legata all’estero: come avete affrontato le difficoltà legate al Covid?
«Ancora una volta, non senza affrontare evidenti difficoltà, poiché siamo ancora presenti in quattro continenti. All’estero gli stati hanno reagito alla pandemia in modo diverso, a causa sia della differente intensità di diffusione del virus sia della diversa normativa locale. Noi abbiamo provveduto a disporre fin da subito dei protocolli interni a tutela della salute di tutti i nostri lavoratori, sulla scorta della normativa italiana che molto spesso è risultata più stringente di altre, verificandone l’applicabilità con i nostri responsabili delle varie aree geografiche ed adeguandoli se vi era necessità. Per quanto riguarda il reperimento delle mascherine, poi, abbiamo usufruito dell’ottimo servizio attivato da Legacoop Romagna che ha saputo rispondere con efficienza anche alle nostre esigenze».
Cosa vi aspettate dal rilancio degli investimenti pubblici promesso dal governo?
«Il tempo gioca un ruolo fondamentale, come spesso accade. Secondo me gli investimenti, per quanto ambiziosi possano essere, rischiano di non essere l’unico aspetto rilevante. Non basta predisporre piani di investimenti per diverse centinaia di miliardi se poi ci vogliono anni per tradurli in contratti. A fare realmente la differenza è il tempo che occorre per avere sul conto corrente le somme messe a disposizione. Aggiungo un altro aspetto. Le imprese, tutte, hanno bisogno di liquidità che però non può essere erogata sotto forma di finanziamento e quindi costituire ulteriore debito, poiché è un dato assodato che la pandemia è una calamità e deve essere trattata come tale. Quindi la maggior parte degli interventi deve essere, necessariamente, a fondo perduto, come avviene nei casi di calamità».
Qual è la prima cosa che servirebbe all’Italia per ripartire?
«Ci vuole coraggio. Il coraggio di prendere delle scelte immediate. Se si rincorre la popolarità o la mediazione, i risultati, se mai ne verranno, saranno fruibili solo per pochi».

(intervista dal n.6/2020 della Romagna Cooperativa)

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