Luglio 12, 2019

«Cooperare è come essere in famiglia»: intervista a Giorgia Gianni

Giorgia Gianni da socia fondatrice di una piccola cooperativa di giornalisti è giunta alla vicepresidenza di Legacoop Romagna

Giorgia Gianni, di Rimini, il 15 marzo – al secondo appuntamento congressuale di Legacoop versione Romagna – è stata eletta vicepresidente dell’Associazione che riunisce più di 400 imprese cooperative nelle province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini. Membro della direzione nazionale di Culturmedia, Giorgia Gianni ha alle spalle l’esperienza nella precedente direzione e presidenza di Legacoop. Giornalista, ha lavorato per diverso tempo con il Corriere Romagna e in altre testate. Nel 2012 è stata cofondatrice di Fucina798, cooperativa di servizi di comunicazione e ufficio stampa, che fa parte della rete Treseiuno. 

«La scomparsa di Guglielmo Russo mi ha toccato profondamente: ci eravamo conosciuti da poco, ma tutti apprezzavamo la sua umanità, la sua passione e la sua competenza».

Come interpreti il tuo nuovo ruolo di vicepresidente di Legacoop Romagna? 

«Sono stata eletta da poco, dopo l’esperienza come membro della direzione e della presidenza precedenti, quindi sto cercando soprattutto di ascoltare e conoscere sempre di più l’organizzazione, le sue associate e le loro persone. Spero di poter rappresentare degnamente il territorio che mi ha espresso, così come la componente femminile del mondo cooperativo, le piccole cooperative come la nostra, e quelle del settore media-editoria, oggi minacciate dalla soppressione del sostegno pubblico al pluralismo dell’informazione. Gli editori puri e indipendenti, come le cooperative di giornalisti, vanno salvaguardate, o ci ritroveremo con una concentrazione delle proprietà delle fonti di informazione pericolosa per la democrazia».

È stato difficile decidere di accettare questo ruolo? Perché hai detto “sì”?

«Sì, è stato difficile. So che è un grande impegno che richiede tempo, studio, lavoro. Noi siamo una piccola cooperativa: il nostro lavoro è la nostra retribuzione. È difficile sottrarre tempo al mio lavoro in cooperativa, però l’ho fatto perché ci credo e spero, pur con questi limiti e vincoli, di poter dare un contributo». 

 Cos’hai in mente per il futuro?

 «Professionalmente, continuare a fare crescere Fucina cercando di lavorare sempre di più in rete – cooperare – con le altre cooperative, e cercare di interpretare al meglio l’incarico che mi è stato conferito».

Quando e perché hai deciso di diventare giornalista e per chi hai lavorato?

«Come capita spesso, per una concatenazione di eventi, anche se magari alle medie avevo messo quella della giornalista fra le possibili professioni, ovviamente senza sapere minimamente in cosa consistesse in realtà. Dopo la laurea in scienze politiche feci uno stage nell’ufficio stampa dell’allora azienda di promozione turistica di Rimini, da lì entrai in contatto con l’Agenzia Dire e quindi nel 1998 con il Corriere Romagna, che mi ha insegnato tantissimo e mi diede la possibilità di diventare professionista a nemmeno 30 anni».  

Come è stata la tua esperienza in una cooperativa di giornalisti?

«Il positivo è sicuramente l’amore maturato per questa professione, per la carta stampata, per la cronaca locale. La passione di raccontare la realtà in tutte le sue sfaccettature e cercare di dare voce alle storie che altrimenti nessuno conoscerebbe. “Sempre meglio che lavorare”, come diceva Barzini. Ed è vero che quello del giornalista non è un semplice “lavoro”, è una vocazione, e i giornali sono un “servizio pubblico”, lo ha detto Enzo Biagi. Negativo direi nulla, il Corriere Romagna è una cooperativa di giornalisti eccezionali per storia, competenza e professionalità».

Perché a un certo punto hai deciso di fondare con il collega Emer Sani e altri Fucina798?

«Venendo da un’esperienza in una importante cooperativa come il Corriere e conoscendo bene, grazie al nostro lavoro, la realtà economica del territorio, ci siamo resi conto che il mondo cooperativo ha un patrimonio di storie, valori ed esperienze che meritano di essere diffuse maggiormente. Abbiamo perciò creato la nostra cooperativa di giornalisti, nel 2012, per fornire servizi di comunicazione e ufficio stampa e aiutare le altre cooperative – ma non solo loro – a raccontarsi e comunicare meglio».

Il positivo e il negativo di questo periodo

«Positivo è sicuramente il rapporto con Legacoop – prima Rimini e poi Romagna -, dove abbiamo trovato persone attente e capaci. Siamo stati subito coinvolti nella redazione de La Romagna Cooperativa, dove raccontiamo le cooperative romagnole e le loro storie, e nella rete Treseiuno. 

Ed è positivo il fatto di aver fondato Fucina in un periodo di crisi e di avere trovato comunque un mercato, segno che la necessità di comunicare rimane ed anzi è forse più forte proprio nei momenti meno facili. L’aspetto più arduo è stato forse convincere le cooperative che possono e devono parlare di più di ciò che realizzano e della ricchezza, non solo economica, ma sociale e valoriale, che rappresentano». 

La gavetta finisce davvero?

«Mai! Il lavoro del giornalista è in continua mutazione. Cambiano gli strumenti di lavoro, i canali di comunicazione, cambia il mondo da raccontare. Ciò che resta saldo sono però i cardini della nostra professione: il diritto all’informazione e il dovere di informare – essenza della democrazia -, la libertà di informazione e di critica, la verifica delle notizie, il rispetto delle norme deontologiche». 

Come riesci a conciliare famiglia, lavoro e rappresentanza?

 «Sono una mamma tardiva e magari avessi l’energia di dieci anni fa. Tento di conciliare tutto grazie alla tecnologia, che mi permette di lavorare ovunque mi trovi, alla collaborazione dei colleghi cooperatori, e soprattutto grazie all’aiuto dei miei genitori, nonnisitter straordinari. La famiglia è la prima forma di cooperazione!». 

 Ci sono libri, film, canzoni, che in qualche modo ti possono rappresentare? 

«Sono amante dei classici. La critica sociale di un Silone o uno Steinbeck, la capacità di raccontare l’interiorità di Pirandello, di Tolstoj, il genio di Calvino o di Boccaccio, Buzzati… dove li ritroviamo più? 

Se devo proprio citare un personaggio, mi ha ispirata, avrò avuto 9 anni, Jo March di Piccole Donne. Fra i film, direi che i primi due Fantozzi e Amici miei sono la guida indispensabile alla comprensione della vita. Poi la commedia all’italiana, il cinema sociale e politico, Volontè, Tognazzi, o Tutti gli uomini del presidente».

L’ultimo pensiero prima di dormire e il primo quando ti svegli?

«Prosaicamente, “Speriamo che Franci faccia tutta una tirata” e “Già ora…?”»

a cura di Lucia Bettini

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