Aprile 27, 2015

Intervista a Ruenza Santandrea: «Teniamo la schiena diritta»

«Non siamo una holding: chi ha sbagliato, paghi, ma non si può colpevolizzare tutto un movimento. Espellere le cooperative? Sono i gruppi dirigenti che devono rispondere, non i soci. E ricordiamoci che i processi si celebrano nelle aule dei tribunali. L’assoluzione in appello di Giovanni Errani ci ricorda che certi danni non potranno mai essere risarciti».

 
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Sicuramente il racconto cooperativo non ha ancora trovato un grande interprete. C’è il fatto innegabile che le proprietà dei gruppi editoriali sono troppo lontane. Ma non è solo questo. Il giornalismo procede per stereotipi narrativi, mutuati da altre forme espressive. Uno dei moduli preferiti è quello dell’uomo solo al comando: l’eroe giovane alla Marc Zuckerberg che, sfruttando una nuova tecnologia (una volta sarebbe stata una spada magica) riesce a cogliere un sogno di gloria e ricchezza. Chi conosce le cooperative sa che non è il tipo di storia che appartiene loro, per costituzione. Oppure c’è l’epopea familiare, stile Agnelli o Ferrero. E come fai a utilizzarla in un’impresa che non puoi lasciare in eredità ai figli? La sola narrazione condivisa è quella dei prodi pionieri. Quando accadono fatti che macchiano questo sentimento c’è sempre pronto in un angolino della redazione lo schema della “Caduta degli dei”, purtroppo senza la grandezza del film di Visconti. Il tono è volutamente allusivo, indignato. «Alle cooperative si richiede una purezza che non è richiesta ad altre forme di impresa», dice la presidente di Legacoop Romagna, Ruenza Santandrea. «Fin qui è corretto, non lo è più quando, da qualche fatto delinquenziale, si vuole dimostrare che è un intero sistema malato». Su tutto aleggia il famigerato spettro delle “cooperative rosse”. E lo scandalo è servito. Salvo poi ricordarsi, in qualche notizia breve, che servirebbe prudenza. Il caso di Giovanni Errani, ex presidente di Terremerse di recente assolto in appello, lo conferma.
 
«Siamo felici che l’appello abbia dimostrato la sua innocenza, a dimostrazione della correttezza del suo comportamento e della cooperativa», prosegue la presidente. Aggiungendo: «I processi devono essere celebrati nelle aule dei tribunali. Certe campagne effettuate a fini politici danneggiano imprese e persone che non potranno mai essere risarcite del danno di immagine ed economico patito».
Perché tutte le volte che una cooperativa finisce nei guai viene chiamata in causa tutta Legacoop? Siete una holding?
Se fossimo una holding non lasceremmo certo che le imprese associate si facessero concorrenza tra loro. Legacoop è un sindacato di imprese cooperative, dove valgono regole che altri non hanno: il voto di ogni socio vale come quello degli altri, le riserve non possono essere divise. Negli altri sindacati di imprese la solidarietà tra aziende diverse non è prevista. Già questo ci rende peculiari.
Ma l’autonomia delle imprese è totale. Non è possibile accusare un’intera forma societaria perché il gruppo dirigente di qualche società ha avuto comportamenti delinquenziali.
Resta il fatto che questi comportamenti ci sono stati: servono provvedimenti speciali?
Io credo che in Italia il compito di fare rispettare le leggi e accertare i reati spetti alla magistratura. Noi siamo tra quelli che chiedono di fare fretta ed essere rapidi e “duri”, proprio perché in qualche modo questo ferisce tutto il mondo cooperativo. Però ogni azienda è autonoma. Sarebbe come dire che perché delinque una Spa o un artigiano tutti gli altri sono a rischio. È una sciocchezza.
Pensa che dietro a questa attenzione mediatica sulle cooperative rosse ci sia anche qualcuno che vuole eliminare dei concorrenti?
Non credo al complotto. Ricordiamoci che la cooperazione in Italia nasce da tre forze che hanno fatto la Storia d’Italia: cattolici, laici e socialisti, ognuno con il loro “colore”. È una eredità che non rinneghiamo. Alcune cooperative sono sorte nelle parrocchie, altre nelle case del popolo. L’importante è ricordarsi che tutto questo è finito da molto tempo. Credo che una campagna di questo genere avvenga per più fattori. Il primo è che qualcuno interpreta la diversità del movimento cooperativo come una santificazione. Per cui quando qualcuno cade dal piedistallo fa più rumore. Bisognerebbe ricordarsi che il mondo è fatto di persone, e le persone purtroppo sbagliano. E che solo chi è senza peccato può scagliare la prima pietra.
Si riferisce a chi ha chiesto con forza di espellere CPL Concordia da Legacoop?
Credo sia una solenne sciocchezza. Tanto più che qui non siamo davanti a una sentenza, ma nelle fasi preliminari di un’inchiesta. La cosa importante è che il gruppo dirigente di quella cooperativa si è presentato dimissionario all’assemblea dei soci. Ora spetta ai soci, che sono i proprietari dell’impresa, dare alla loro cooperativa un nuovo gruppo dirigente. O vogliamo lanciare lo stigma su 1.800 persone?
In una lettera a tutte le cooperative di Legacoop, firmata insieme al presidente regionale Giovanni Monti, avete invitato i cooperatori a tenere la testa alta e la schiena dritta. Cosa intendevate?
Cosa sia il movimento cooperativo lo sanno bene i nostri soci e la società in cui lavoriamo. Tutti hanno visto che cosa ha rappresentato il movimento cooperativo per il territorio, in termini di miglioramento della qualità della vita e del lavoro, ma non solo. Il collegamento sociale dell’impresa cooperativa con questi luoghi ha significato uno sviluppo armonico della comunità. Le persone che ci conoscono sanno cosa significa e come si sta dove la cooperazione non è forte.
La legalità è un problema che riguarda tutto il Paese? O solo le cooperative?
Purtroppo è un problema di tutto il Paese. Questo non è una giustificazione per nessuno dei comportamenti che vengono contestati nelle inchieste. Siamo i primi a doverci fare portatori di pulizia e legalità. Mi dispiace però quando sento che c’è chi chiede, anche dentro al nostro mondo, di abbandonare certi settori o certi territori «perché lì regna l’illegalità». È come dire: ci arrendiamo.
Il rapporto con la politica?
Come ho detto, non rinneghiamo la nostra storia, in cui la politica ha avuto un ruolo forte, così come per altri sindacati. È una storia finita. Ora non dobbiamo esagerare dall’altra parte. Il rapporto delle associazioni di impresa con la politica deve esserci, un rapporto sano e corretto. È il nostro lavoro. La politica si occupa dell’economia e delle imprese, ci mancherebbe che non ci fossero relazioni. Non si può pretendere che tutto quello che è corretto e lecito per altri non lo sia per le cooperative. Anche qui, lo ripeto, andiamo avanti a testa alta e con la schiena dritta.
Intervista a cura di Emilio Gelosi

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