Aprile 17, 2014

Intervista al Nobel Amartya Sen, l'8 maggio sarà a Forlì per la conferenza programmatica di Legacoop Romagna

È uno dei massimi esperti mondiali dell’economia del benessere e del superamento del prodotto interno lordo in favore di nuovi indicatori basati sui diritti e le libertà. Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, sarà a confronto con i cooperatori di Legacoop Romagna il prossimo 8 maggio a Forlì, in occasione della conferenza programmatica dell’Associazione.
L’economista indiano ha fornito importanti contributi in vari settori, come la teoria delle scelte sociali, le tecniche di misurazione economica del reddito nazionale reale, la povertà, l’ineguaglianza, la disoccupazione.
L’intervista che segue è stata realizzata in occasione dell’ultima Settimana del Buon Vivere, quando un intervento video dell’economista ha aperto la prima giornata della manifestazione.
 
abcde2011, Annual Bank Conference on Development Economics
Quando ha ricevuto il premio Nobel lei ha dichiarato che questo le dava la possibilità di fare qualcosa di pratico e immediato riguardo ad alcune sue vecchie fissazioni, come l’assistenza sanitaria di base, l’educazione per tutti e l’equità di genere. Come pensa che questi elementi potrebbero trovare un ruolo a livello economico per favorire la ripresa?
Credo che in Europa l’economia, e conseguentemente la società, siano state gestite abbastanza male per molti anni. Il problema di base è che non si è stati in grado di distinguere tra la riforma istituzionale, necessaria in tutto il continente, e l’austerità, che non è una riforma, è fatta di tagli e basta. Non era ciò che serviva. Mi pare che questo movimento guidato dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione Europea non abbia avuto buoni risultati: è aumentata la disoccupazione e sono diminuiti i redditi di molte persone. Sono necessarie molte riforme, a partire da quella del sistema previdenziale, ma mi pare ci sia un collegamento evidente tra il fatto che avere meno persone al lavoro rende sempre più difficile pagare le pensioni, perché mina alla base il patto sociale che sta alla base del sistema pensionistico. Come economista credo che una politica di questo tipo porti dritta verso il disastro, sia economico che sociale. La crisi non parte dai comportamenti sbagliati delle persone. Chiaramente ci sono comportamenti sbagliati che ne sono concausa, come non pagare le tasse e non fare il proprio dovere sul posto di lavoro. Ma l’austerità indiscriminata rende la ripresa molto più difficile. Il comportamento responsabile delle persone da solo non può portare alla ripresa. Serve un senso di buon governo che per molti anni in Italia e in tutta Europa non si è visto. Le soluzioni non dipendono solo dai comportamenti degli individui, ma anche da una filosofia politica che abbia al centro il bene delle persone.
Troppo spesso i governi considerano le donne più come un problema che come un’opportunità. Cosa si può fare per cambiare questo atteggiamento e che ruolo potrebbero avere le donne nella ripresa economica?
Ci sono tre aspetti diversi da tenere presenti, a proposito del trattamento riservato alle donne. Uno di queste riguarda un certo pregiudizio maschilista che considera le donne meno innovative e meno capaci di produrre. Questo ovviamente richiede un cambiamento di mentalità.
La seconda questione riguarda il modo in cui la vita è organizzata nel contesto sociale. Le donne, in particolare quelle con bambini piccoli, per lavorare hanno bisogno di ricorrere a servizi di assistenza all’infanzia, altrimenti incontrano molte difficoltà e naturalmente ciò le rende meno produttive. Non tanto per una loro mancanza, ma perché la società non le ha messe in grado di lavorare senza doversi preoccupare dei propri bambini.
Terzo aspetto: un diverso atteggiamento da parte di tutti potrebbe portare ad un cambiamento? Credo di sì. L’assistenza all’infanzia e quella agli anziani dovrebbero essere equamente ripartite tra uomini e donne, mentre generalmente non lo sono.
Ci sono tre diversi fronti su cui si deve lavorare, quindi: è necessario un cambiamento nell’atteggiamento della popolazione; è necessario un cambiamento della base istituzionale, che permetta alle donne di lavorare in maniera più produttiva, e senza doversi preoccupare; e bisogna superare un tradizionale pregiudizio misogino e sessista.
Crede che il modello cooperativo possa essere protagonista della ripresa economica?
Il modello cooperativo lavora sul lungo periodo. Penso sarebbe un errore chiedere al modello cooperativo di intervenire sui catastrofici problemi che avete ora in Europa. Non sarebbe giusto. Le cooperative lavorano sul fatto di essere utili a vicenda in modo mutualistico, piuttosto che sulla competizione. Partono dal presupposto di una società in cui le persone sono in armonia, piuttosto che in conflitto continuo.
Ovviamente il modello cooperativo ha un contributo in ogni situazione, anche nella ripresa. Ma ragioniamo di un contesto in cui moltissime persone sono senza lavoro, specialmente i giovani. Le cooperative possono cercare di organizzare più cooperazione tra i giovani, ma ritengo che sia scorretto pensare che sia un compito del movimento cooperativo risolvere problemi che non ha creato. Il movimento cooperativo può contribuire a risolvere qualsiasi problema, ma senza politiche economiche pratiche e sensate ogni buona intenzione è destinata ad essere frustrata. È un po’ quello che è accaduto in Italia e in Grecia. Mutualità, aiuto reciproco, collaborazione: sono questi i principi immutabili su cui la cooperazione deve ispirarsi. Non serve guardare altrove, o inventarsi cose nuove: sono gli stessi principi di sempre.

(intervista a cura di Emilio Gelosi, pubblicata sul n.4/2014 del mensile La Romagna Cooperativa)

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